Eccezion fatta per il papiro del Ramesseum (1980 a.C. circa), che contiene un testo cerimoniale in forma drammatica, i più antichi libri illustrati che ci sono pervenuti sono i rotoli di papiro egiziani contenenti il testo religioso del Libro dei morti, che si deponeva in alcune tombe perché facesse da guida al defunto nell’aldilà. Questi rotoli sono riferibili soprattutto al Nuovo Regno (1555-1090 a.C.) e il testo che contengono è in sostanza una rielaborazione dei Libri dei Sarcofagi, che si tracciavano con inchiostro sulle casse delle mummie ed erano in uso nel Medio Regno (2100-1555 a.C.), che a loro volta traevano spunto dai cosiddetti Testi delle Piramidi (Antico Regno, circa 2700-2100 a.C.).
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Papiro con scena del giudizio del defunto e pesatura del suo cuore, Libro dei Morti dello scriba Hunefer. XIX dinastia, circa 1292-1186 a.C. Londra, British Museum. Vai all’immagine su Wikipedia > o su Egyptarchive.co.uk > |
Testi di questo tipo vennero arricchiti da illustrazioni solamente a partire dalla XVIII dinastia (1543-1292 a.C.). In un frammento di Libro dei Morti conservato al Museo Egizio di Torino e risalente al 1300 a.C. circa, troviamo una vignetta divisa in due scene raffiguranti il giudizio del defunto: nella prima questi confessa le sue colpe a 42 giudici; nella seconda assiste alla pesatura del suo cuore, più o meno greve di peccati. Il testo, incolonnato e in grafia capitale, si trova sulla destra, in uno spazio nettamente distinto rispetto al grande complesso figurativo, secondo modalità differenti da quelle che si ritroveranno nei componimenti letterari e nei trattati scientifici (o pesudoscientifici) dell’antichità, nei quali le figure saranno direttamente intercalate al testo.
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Papiro illustrato contenente il testo del Libro dei Morti. Altezza cm 35 circa., XIV-XIII secolo a.C. Torino, Museo Egizio. |
Per il fatto di essere stati deposti all’interno di tombe ermeticamente sigillate, i papiri illustrati contenenti i Libri dei Morti vennero a trovarsi in una condizione assai favorevole dal punto di vista della conservazione, soprattutto rispetto a quella che potremmo definire la letteratura laica dell’epoca, già assai sviluppata in Egitto durante il Medio Regno. A questa data, oltre a una pregevolissima produzione letteraria è già fiorita una produzione di testi scientifici di notevole spessore culturale, che comprende trattati e manuali di discipline che noi oggi classificheremmo come medicina, botanica, matematica, astronomia, ingegneristica e altre ancora. Secondo molti studiosi, fra i quali l’archeologo Antonio Giuliano, con ogni probabilità si iniziò a illustrare testi di questo tipo sin dalle epoche remote della civiltà egiziana, con illustrazioni di vario tipo, disegni schematici e diagrammi.
Antichi trattati matematici
Il Papiro matematico Rhind è una delle più antiche testimonianze pervenuteci di illustrazione in ambito scientifico; risale al 1580 a.C. circa ed è oggi conservato al British Museum di Londra. Si tratta di un frammento di trattato matematico contenente problemi e calcoli di area, nel quale al testo e ai grafemi sono state intercalate delle figure geometriche dimostrative. In genere i diagrammi costituiscono una forma di illustrazione estremamente semplice; eppure molti testi di questo genere riuscirebbero poco o nulla comprensibili senza l’ausilio di figure esplicative.
Poniamo l’esempio di un altro trattato matematico, questa volta di area greca, conservato alla Biblioteca Nazionale di Vienna e risalente al I secolo a.C., classificato come Papyrus Graecus Vindobonensis 19996. In esso «i diagrammi stereometrici, disegnati senza righello e compasso, sono stati intercalati nelle colonne di scrittura dovunque il testo li richiedesse», ad indicare lo stretto rapporto tra immagini e testo che già connotava molta trattatistica scientifica antica. Nel trattato agrimensorio contenuto nel cosiddetto Papiro Ayer, manoscritto greco del I o II secolo d.C. conservato al Field Columbian Museum di Chicago, il testo dimostrativo si conclude ogni volta con la dicitura: «e la figura sarà come segue». Era quindi necessaria una stretta collaborazione tra lo scriba e l’illustratore; il primo doveva interrompere il fluire del testo per lasciare spazio sufficiente all’inserimento delle figure, che senza sfondi né cornici andavano a colmare i vuoti lasciati nelle colonne di testo.
Il papyrus-style
Questo modello illustrativo fa la sua prima comparsa in Egitto, ma presto si diffonderà in modo capillare in tutte quelle civiltà che, direttamente o indirettamente, ne erediteranno la cultura, primi fra tutti i Greci. «Con la tenacia di un’arte del libro che è sostanzialmente conservatrice – scrive lo storico dell’arte Kurt Weitzmann – questo modulo illustrativo, che potremmo definire con l’espressione papyrus-style, avrebbe resistito per secoli allo sviluppo di nuove forme illustrative».1 Nell’occasione lo studioso pone a confronto due trattati astronomici separati l’uno dall’altro da ben dieci secoli.
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Trattato astronomico contenente le proporzioni sui pianeti individuate dall’astronomo greco Eudosso, e figure dello zodiaco intercalate alle colonne di testo. Frammento di rotolo di papiro (particolare), II secolo a.C. Parigi, Museo del Louvre, Papiro 1. |
Il primo tra questi è il più antico papiro greco illustrato pervenutoci. Si tratta di un frammento di papiro lungo circa due metri risalente al II secolo a.C., contenente istruzioni sui pianeti basate sulle proporzioni di un certo Eudoxos (o Eudosso, autore del IV secolo a.C.). In esso troviamo raffigurati dei diagrammi dello zodiaco e delle costellazioni, per i quali il disegnatore si rifece in parte ad archetipi figurativi di origine egiziana2, intercalati al testo secondo lo «stile del papiro» appena descritto. E sarà proprio questa la modalità rappresentativa che ritroveremo in un manoscritto di soggetto analogo copiato a Salisburgo nell’818 d.C. (Monaco, Staatsbibliothek, Ms. 210). L’unica variante è che il miniaturista del IX secolo inserì tra gli spazi liberi del testo archetipi figurativi non di origine egiziana, bensì derivati dalla mitologia greca.
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Trattato astronomico con figure desunte dalla mitologia greca intercalate alle colonne di testo, secondo la tradizione dello «stile del papiro». Copiato su codice pergamenaceo nell’818 circa, a Salisburgo. Monaco, Staatbibliothek, Ms. 210, f. 118v. |
Ove non fosse prevalso l’aspetto edonistico e decorativo, o altri fattori di natura non strettamente scientifica, l’illustrazione di un trattato a carattere scientifico era dunque necessaria, e in alcuni casi indispensabile. Serviva per chiarire e completare il contenuto testuale consentendo al lettore di identificare un oggetto, un problema o la sua soluzione. In certi casi era quindi necessario mostrare, o dimostrare, per mezzo delle immagini: vuoi per i limiti intrinseci alla parola scritta, vuoi per rafforzare il messaggio e offrire un valido aiuto alla memoria.
Le carte geografiche di Tolomeo
Grande diffusione ebbero sin dall’antichità i trattati illustrati afferenti alle discipline matematiche, da quelli propriamente scientifici o di uso didattico ai trattati specificatamente tecnici, riconducibili ai vari ambiti dell’astronomia, della topografia, della meccanica e dell’ingegneria. Senza contare le carte geografiche, compresi i numerosi manoscritti pervenutici contenenti la Geografia di Claudio Tolomeo, il celebre studioso del II secolo d.C. Greco di nascita ma alessandrino di adozione, questi divenne celebre soprattutto per i suoi studi astronomici raccolti nei tre libri della Sintassi matematica (o Almagesto, in quella che sarà la traduzione araba di epoca medievale).
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Claudio Tolomeo, Geographia, rappresentazione dell’ecumene. Codice pergamenaceo realizzato in area greco-orientale, forse a Costantinopoli. XIII-XIV secolo, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Urb. gr. 82, ff. 60v-61. Vai all’immagine su Wikipedia > |
Le indagini di Tolomeo avranno un peso enorme sulle generazioni future. La sua teoria cosmografica di tipo geocentrico, conosciuto come «sistema tolemaico», verrà messo in discussione solamente a partire dal XVI secolo con l’opera scintifica dell’astronomo polacco Niccolò Copernico (Nikolaj Kopernik, 1473-1543). Sebbene tra i manoscritti pervenuteci contenenti la sua Geografia sembra non esservene nessuno anteriore al XIII secolo, ognuno di essi presenta tuttavia una carta del mondo allora conosciuto e più di sessanta carte geografiche di singoli Paesi, che quasi certamente hanno il loro archetipo figurativo nelle illustrazioni che corredavano l’opera originaria del II secolo.
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Edizione a stampa del XV secolo raffigurante l’Ecumene descritto nella Geografia di Claudio Tolomeo. Incisione di Johannes Schnitzer, 1482. |
«Il primo illustratore delle carte di Tolomeo con ogni probabilità non inventò il disegno delle carte su libri, fossero rotoli o codici, ma si basò su fonti anteriori», scrive Kurt Weitzmann. Il miniaturista dunque, in epoca antica ma soprattutto nel Medioevo, nella quasi totalità dei casi si limitava a individuare, nei manoscritti preesistenti a lui disponibili, il corredo iconografico di cui necessitava, copiandone poi le illustrazioni in modo più o meno fedele o adattandole in rapporto alle sue esigenze. La pratica del disegno dal vero, invece, che aveva conosciuto una buona fioritura in epoca classica ed ellenistica, come pure durante la dominazione romana, si affievolirà nel giro di poco tempo fino a spegnersi quasi del tutto durante il Medioevo, per tornare di nuovo in auge, e con rinnovato vigore, solamente con la produzione figurativa del Rinascimento.
Archetipi figurativi, medicina, scienze naturali
Per lo studio delle illustrazioni scientifiche presenti nei libri dell’antichità, i materiali originali di cui oggi disponiamo sono assai scarsi, tali da non consentire di ricavare qualcosa di più che un’impressione generale, talora anche piuttosto vaga e approssimativa, di cosa dovesse essere l’illustrazione libraria in ambito scientifico. Tuttavia, pur se con notevoli limitazioni, queste grandi lacune possono essere integrate e ricostruite (almeno in parte) attraverso altri materiali. In quest’ottica si rivelano assai preziose le illustrazioni tramandateci dalla tradizione medievale, che proprio per il fatto di essere «figlie di una cultura libraria sostanzialmente e tenacemente conservatrice» permettono di scorgere un riflesso di quegli archetipi figurativi in uso nel mondo antico, da cui i miniaturisti medievali attinsero, ove possibile, a piene mani. Un’altra irrinunciabile fonte di informazioni in tal senso è rappresentata da manufatti figurativi quali mosaici, affreschi o statue coevi alla produzione libraria che a noi qui interessa, dai quali pure emergono le conoscenze botaniche, zoologiche o anatomiche degli artigiani addetti alla produzione figurativa dell’antichità.
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Figure di uccelli su un albero di acacia. Particolare di una pittura murale dalla tomba di Chnemhotep, rinvenuta nella località di Beni Hassan, in Egitto. Circa 1900 a.C. |
Gli ambiti di indagine che in prima battuta sono riconducibili alla medicina e alle scienze naturali – come la farmacologia, la chirurgia, l’anatomia, la chimica, la biologia, la botanica, la zoologia, la mineralogia (per citarne alcuni, adottando l’odierna suddivisione delle discipline) – nel mondo antico e nel Medioevo di fatto rientrano a vario titolo e in varia misura in un unico ambito disciplinare, andando a costituire un sapere che generalizzando diremmo medico, poiché esso pone come fine ultimo delle sue indagini e della sua pratica quello di lenire e curare i mali fisici (e talora non solo quelli) che affliggono gli esseri umani.
Lo studio delle piante e delle erbe è attività connessa alla medicina sin dai tempi più remoti della civiltà umana, che probabilmente individuò assai precocemente i poteri curativi insiti in alcuni elementi del regno vegetale. Medico era colui che raccoglieva e si serviva a vario titolo delle erbe medicinali, ma anche di sostanze di origine animale e minerale, occupandosi egli stesso della preparazione e della conservazione dei farmaci. «Nei loro primi passi – scrive lo storico della farmacia Giulio Conci – farmacia e medicina formarono un complesso unitario, che durò inscindibile per molti secoli. Il processo di differenziazione incominciò assai tardi e assunse forme palesi e definite solo verso la fine del primo millennio dell’èra volgare, quando, cresciuta la mole delle esperienze e delle conoscenze scientifiche, si rese necessaria una più pratica divisione del lavoro, una più logica limitazione di compiti e responsabilità.»3
Una delle personalità di assoluto rilievo nel panorama culturale dell’antico Egitto, e sicuramente una tra le meglio documentate, è quella di Imhotpe; questi fu architetto, uomo politico, astronomo, sacerdote e, non per ultimo, medico di grande valore: basti pensare che in seguito verrà divinizzato e venerato come dio della medicina. Imhotpe visse all’epoca del faraone Horo Necerierkhet, meglio noto come Zozer, intorno al 2700 a.C.
I trattati egiziani di medicina e chirurgia
Fra i trattati egiziani di argomento medico che ci sono pervenuti, due tra i più significativi sono il Papiro Smith (The New York Academy of Medicine) e il Papiro Ebers (Leipzig, Universitätsbibliothek), che traggono il loro nome rispettivamente dall’egittologo statunitense Edwin Smith (1822-1906) e di quello tedesco George Moritz Ebers (1837-1898). Questi due papiri vennero redatti circa un millennio dopo la morte di Imhotpe – considerato il fondatore della medicina egiziana antica – e si fondano entrambi in modo diretto sulle conoscenze attribuite a quest’ultimo e tramandate dalla tradizione egiziana. Va notato che entrambi sono privi di illustrazioni, e questo dato è particolarmente significativo tenuto conto della loro importanza.
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Papiro Smith (particolare), contenente un testo medico-chirurgico egiziano. Circa 1650 a.C., The New York Academy of Medicine, tavv. V-VI. Vai all’immagine su Wikipedia > |
Il Papiro Smith (circa 1650 a.C.) è lungo quasi cinque metri ed è essenzialmente un testo chirurgico, nel quale si discute il trattamento medico da adottare nel caso di ferite e fratture. Il Papiro Ebers, invece, di poco posteriore, misura più di venti metri e dà conto non solo della grande quantità di farmaci ottenibili con sostanze derivate dai tre regni naturali, ma anche di come la pratica della loro somministrazione fosse, all’epoca, assai spesso accompagnata da formule magiche pronunciate dal malato al momento della somministrazione del farmaco, con frasi del tipo: «Vieni rimedio, vieni e porta ciò fuori dal mio cuore, dalle mie labbra, efficace nel magico potere con il rimedio».
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Papiro Ebers (particolare), contenente un testo medico egiziano ricco di informazioni di carattere farmacologico. Circa 1550 a.C., Leipzig, Universitätsbibliothek, tav. LXXVIII. Vai all’immagine su Wikipedia > |
Il professor Loris Premuda, storico della medicina e dell’iconografia medico-anatomica, con riferimento al Papiro Ebers osserva che gli «ingredienti di origine vegetale, animale e minerale sono citati a centinaia. Si trovano così il grasso e il sangue di animali come l’asino, il bue, il leone, il pipistrello, il serpente e, ancora, la polvere di corna di cervo, tartarughe, ossa e unghie calcinate. Per quanto attiene al mondo vegetale sono impiegate o la pianta intera o parte di essa con le foglie, il seme, il frutto, la radice o il succo. E tra le piante vengono moltissimo usati il seme di ricino – dal quale si estraeva l’olio omonimo –, la verbena – sempre assai ricercata e intorno alla quale furono intessute tante leggende – e l’aglio – ricco di virtù magiche e alimentari.»4
L’ipotesi che vede iniziata in tempi assai remoti l’illustrazione della trattatistica egiziana, sebbene mantenga una sua plausibilità, non trova riscontro in questi materiali, e neppure nei papiri di argomento analogo che ci sono pervenuti, riferibili alla stessa epoca o di poco successivi. L’assenza di un apparato iconografico a corredo di testi di tale importanza ci porta a ritenere che la pratica dell’illustrazione scientifica, se in taluni casi poteva anche essersi affermata, dovette comunque essere piuttosto rara. Dal testo del Papiro Ebers apprendiamo che si fece largo uso di sostanze vegetali, con tanto di indicazioni specifiche relative alle diverse parti della pianta da utilizzare, elementi che ben si sarebbero prestati ad essere illustrati per mezzo di disegni.
La cultura ellenistica, Alessandria e il più antico erbario illustrato
La prima autentica illustrazione botanica che ci sia pervenuta risale invece a quasi due millenni più tardi. Si tratta di un frammento di rotolo di papiro (Tebtunis n. 679) che risale al II secolo d.C. Su questi brandelli di papiro scorgiamo le figure di due piante (quella di destra porta l’iscrizione pseudodictamon) dipinte in maniera piuttosto rudimentale (non si tratta quindi di un’edizione di lusso) e collocate sopra a un testo esplicativo nel modo che sarà proprio di molti altri erbari illustrati. Sebbene il luogo del ritrovamento sia la località egiziana di Tebtunis, presso al-Fayyum, in Egitto, la cultura di appartenenza di questo manoscritto è quella greca. L’Egitto infatti, dopo un lento declino iniziato sul finire del II millennio a.C., tornerà ad essere al centro della vita culturale e politica del Mediterraneo soprattutto grazie all’influenza del mondo greco, che avrà nella città egiziana di Alessandria uno dei più prestigiosi centri culturali.
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Papiro Tebtunis 679. Questi frammenti di rotolo di papiro, rinvenuti negli scavi archeologici di Tebtunis, in Egitto, e risalenti al II secolo d.C., costituiscono il più antico esempio di erbario illustrato pervenutoci. La pianta a destra è iscritta «pseudodictamon». Visit the website of The Center of The Tebtunis Papyri, The Bancroft Library, University of California, Berkeley > |
La città viene fondata nel 332-331 a.C. dal giovanissimo imperatore macedone Alessandro Magno (Alessandro III, 356-323 a.C.); essa sarà il vero e proprio cuore dell’ellenismo fino al I secolo dopo Cristo, momento in cui è già passata in mano ai Romani. Sorta nel luogo dove si trovava il villaggio Rhakotis, nell’arco di poche generazioni Alessandria diviene una grande città cosmopolita, dotata di due porti, teatri, musei, ma soprattutto della grande e celebre biblioteca fondata da Tolomeo I Sotere (367-282 a.C. circa). Nel III secolo a.C., la biblioteca di Alessandria comprendeva già quasi mezzo milione di volumi (redatti su rotoli di papiro), e ben 700.000 se ne contavano poco prima che l’intera biblioteca andasse distrutta nell’incendio scoppiato durante l’assedio posto dalle truppe romane di Cesare. Dalla gravità di disastri come questo, che certo non rappresenta un caso isolato, ben si comprende come ogni tentativo di ricostruzione della storia antica dell’illustrazione scientifica, e in generale della storia del libro illustrato nell’antichità, risulti troppo seriamente compromesso; troppe infatti sono le perdite, irrimediabili, causate dalle guerre, e troppe le forme di distruzione che investirono queste antiche vestigia del sapere.
Le specie vegetali raffigurate nell’antico Egitto
Ciononostante, osservando manufatti figurativi di altro tipo si evince come nell’Egitto degli ultimi due millenni prima dell’èra cristiana, la pratica della raffigurazione del regno vegetale ha già conosciuto un’ampia diffusione, con una notevole caratterizzazione delle singole specie. Il medico e naturalista Oreste Mattirolo5, nel suo discorso inaugurale dell’anno accademico 1910-1911 passa in rassegna le numerose specie vegetali presenti nelle varie produzioni figurative delle civiltà antiche, e non solo. Per quanto concerne l’Egitto, egli individua due categorie di «artisti», gli «stilizzatori» e i «naturalisti», che descrive nel modo che segue: «Gli stilizzatori, artisti ufficiali, si valsero di un ristrettissimo numero di motivi tratti dai vegetali, e questi variarono all’infinito, a servizio di uno stile freddo e convenzionale. I naturalisti invece, artisti privati, ancorché schiavi delle convenzioni e delle formole, seppero qualche volta conquistare colla libertà d’azione la propria individualità, darci saggi di un’arte ingenua e pura, indipendente e vitale, rispondente alla realtà delle cose.»
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Particolare di una pittura murale proveniente dalla Tomba di Nebamon, presso Tebe (Egitto). Oltre a un buon numero di specie animali, soprattutto uccelli acquatici, e pesci (in basso), in questa scena palustre troviamo anche le figure di numerose piante di papiro (a sinistra), trattate secondo una resa stilizzata in toni blu, rossi e bianchi. Circa 1350 a.C., Londra, British Museum. Visita interattiva della tomba-cappella di Nebamon > Vai all’immagine su Wikipedia > |
Ciò che qui ci interessa del prezioso studio del Mattirolo, sebbene intriso di una certa vena romantica, è la sua esposizione del gran numero di specie vegetali che questi artefici, nel complesso, arrivarono ad annoverare nel loro repertorio figurativo, al di là della disputa, anacronistica, tra stilizzatori e naturalisti: «Da due sole Nympheae (N. Lotus Linn. – N. coerulea Savign.) la bianca e l’azzurra; dal Papiro (Papyrus antiquorum Willd); dalle foglie di due Palme (Phoenix dactylifera Linn. – Palma del Dattero; – Hyphaene thebaica Mart. (Palma Dum), dal Giglio, il fiore araldico dell’Egitto superiore, dalla Punica, da alcuni giunchi e canne, dal Sicomoro, da poche graminacee, da cirri della vite e da ben pochi altri vegetali, trassero gli stilizzatori Egizii tutti i loro motivi ornamentali; mentre invece le illustrazioni descrittive dei documenti geroglifici, dei bassorilievi, dei graffiti, concessero di identificare circa 250 specie usate dagli Egizii, e ciò mentre nelle opere di Ippocrate (V-IV sec. a.C.) è fatta menzione di 234 vegetali, e 63 nomi di piante sono ricordati nei canti omerici.»
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Frammento di pittura murale staccata dal suo contesto originario, la cosiddetta stanza verde del palazzo settentrionale di El-Amarna, in Egitto. Si osservi il pregevole naturalismo col quale è stato dipinto il martin pescatore gazza (Ceryle rudis), colto nell’atto di tuffarsi tra i papiri in cerca di prede. Circa 1350 a.C., Londra, British Museum. |
Se le osservazioni fatte a suo tempo dal Mattirolo sono corrette – e viste le sue competenze botaniche non vediamo motivo per dubitarne – è possibile affermare che l’insieme dei pittori, dei miniaturisti, degli scultori, dei mosaicisti ecc. che operarono nell’antico Egitto, introdussero nel panorama figurativo di questo Paese un numero di specie vegetali complessivamente superiore a quelle trattate da uno dei massimi medici dell’antichità, il greco Ippocrate di Coo6. Questo significa che se un illustre e facoltoso medico egiziano vissuto, poniamo, all’inizio del I millennio a.C. avesse inteso far illustrare un suo trattato medico-botanico con delle figure di piante e delle loro parti anatomiche, probabilmente non avrebbe incontrato troppe difficoltà nel trovare dei miniaturisti in grado di eseguire un lavoro di questo tipo. Tuttavia, i papiri di argomento medico-botanico superstiti ci informano che questo, limitatamente a quei pochi casi che conosciamo, non avvenne; i medici in questione, di fatto, si avvalsero del solo uso del testo. Forse consideravano le immagini insufficienti o fallaci nel restituire con precisione la grande varietà e mutevolezza del regno vegetale.
Plinio il Vecchio e prime illustrazioni nei trattati farmacologici
Questa presunta inadeguatezza delle illustrazioni, che vede ancora una volta l’uso delle immagini (quando c’è) subordinato a quello della scrittura, sembra trovare riscontro nell’atteggiamento verso le illustrazioni botaniche che ebbero nell’antichità molti illustri uomini di scienza, come Plinio il Vecchio e Pedanio Dioscoride (Pedianos Dioskurides, ca. 44-90 d.C.). Riferendosi alla Naturalis Historia di Plinio, Giulio Conci osserva: «Plinio è indubbiamente inferiore a Dioscoride in quanto a valore scientifico. La sua opera è di carattere puramente compilatorio e di una erudizione libresca; vi manca quasi sempre l’osservazione personale, lo spirito critico, l’idea sistematica direttiva. Ma il materiale raccolto nei 37 libri – basato sulla consultazione di 146 scrittori romani e 327 stranieri, secondo le sue stesse indicazioni, e che abbraccia più di 2000 opere, in gran parte ora perdute – è veramente enorme, e rappresenta una delle fonti più importanti, sebbene non sempre sicura, per le conoscenze geografiche, zoologiche, botaniche, farmacologiche e mineralogiche degli antichi.»7
Possiamo ipotizzare che una scarsa attenzione verso le possibilità conoscitive offerte dalle immagini fosse piuttosto diffusa tra gli eruditi dell’antichità, non solo quelli coevi a Plinio. In ogni caso, questo rappresenterebbe un nodo cruciale per gli sviluppi dell’illustrazione scientifica antica. In fin dei conti spettava unicamente a questi intellettuali la scelta di arricchire o meno di un apparato iconografico sia i loro testi, sia le trascrizioni e traduzioni dei testi altrui, come di fatto ebbero l’ardire di fare i tre autori greci ricordati dallo stesso Plinio: Crateva (Crateuas), Dionisio (Dionysios) e Metrodoro (Metrodoros). Di questi ultimi due sappiamo poco, se non che furono tra i primi, nel II e I secolo a.C., ad arricchire i loro trattati sulle erbe medicinali con un apparato iconografico, cosa che fece pure il farmacologo Crateva, medico personale di Mitriade VI Eupatore, re del Ponto. Crateva, insigne scienziato e uomo di lettere (di cui si narra che parlasse almeno venti lingue), visse tra il 121 e il 63 a.C.; è considerato il “padre” dell’illustrazione botanica, tanto che, a quanto risulta, fu egli stesso a illustrare di persona il suo trattato di materia medica, il Rhizotomicon.8
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Illustrazione contenuta nel folio 5v del Dioscoride di Vienna, manoscritto miniato consrvato presso la Österreichische Nationalbiobliothek di Vienna, sotto la segnatura ‘Codex medicus graecus 1‘. «(…) Dopo l’estrazione della mandragora si passa a considerarne l’utilizzazione. Una larga cornice a racemi racchiude una raffigurazione dello studio di Dioscoride. Su uno sfondo architettonico sta in piedi ‘Epìnoia’, la personificazione del pensiero, o dell’inventiva, che tiene in mano la radice della mandragora, mostrandola a un pittore che sta seduto, a sinistra, davanti a un cavalletto, intento a dipingere la pianta medicamentosa su un foglio di pergamena. A destra siede Dioscoride in atto di annotare su un codice il frutto delle sue osservazioni sulla mandragora.» Testo tratto da Otto Mazal, La forza delle erbe, in «KOS», anno II, n. 11, gen-feb 1985, Franco Maria Ricci, Milano, p. 23. |
Crateva viene ricordato da Giulio Conci nelle sue Pagine di storia della farmacia come uno dei principali esponenti della scuola empirica, i quali «escludono ogni teoria e si basano soltanto sulle ricerche sperimentali».9 Nei riguardi di questo nuovo modo di impostare lo studio delle erbe medicinali, introdotto da questi iniziatori dell’illustrazione botanica – di cui purtroppo non è giunta nessuna testimonianza diretta – Plinio sembra riservare più d’una perplessità. «Crateva, Dionisio, Metrodoro – annota l’erudito latino – hanno adottato un tipo di trattazione molto suggestivo, ma dal quale quasi nient’altro si può ricavare se non l’idea della difficoltà dell’argomento. Hanno infatti disegnato le figure delle piante e, sotto, ne hanno indicato le proprietà. Ma la riproduzione è già di per sé poco fedele a causa della grande varietà dei colori, soprattutto quando vuole gareggiare con la natura; inoltre produce molte alterazioni la negligenza dei ricopiatori. E poi è insufficiente disegnare le piante come sono in un solo periodo dell’anno, dal momento che il loro aspetto si modifica nel corso delle quattro stagioni.»10
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Papiro Johnson. Recto di pagina frammentaria con figura di pianta iscritta «Symphyton», originariamente facente parte di un codice papiraceo. Circa 400 d.C., Londra, Wellcome Institute for the History of Medicine. I testi e le miniature, secondo una consuetudine del libro a codice, sono stati realizzati sia nel recto, sia nel verso. Vai all’immagine su Wikipedia > |
I miniatori antichi dunque, come abbiamo già avuto modo di vedere, si limitavano perlopiù a copiare altre illustrazioni, e nel passaggio da una copia all’altra alcune informazioni visive andavano perse o venivano deformate, in misura maggiore o minore a seconda dell’abilità e della cultura del miniaturista. Si noti, tuttavia, l’esiguo numero di studiosi, tre soltanto, che vengono menzionati da Plinio per il loro uso delle illustrazioni, a fronte dei quasi cinquecento autori da lui consultati. Se da un lato questo attesta con certezza la presenza di miniature nei trattati medico-botanici di area greca del II e I secolo avanti Cristo, dall’altra, anche in questo caso, ci spinge a ritenere che questa pratica fosse ancora poco diffusa e la sua utilità circondata da un alone di scetticismo.
La prima edizione del De Materia Medica di Dioscoride
Diversamente da Plinio, il medico e chirurgo militare Pedanio Dioscoride ebbe modo di osservare personalmente e in modo approfondito i vegetali presenti in molti Paesi d’Europa e del Mediterraneo, viaggiando anche al seguito delle truppe dell’imperatore Nerone (37-68 d.C.). Nato ad Anazarba, in Cilicia, nell’odierna Turchia meridionale, ma greco di lingua e di formazione, Dioscoride scrisse un opera in lingua greca che consta di cinque volumi, divenuta a noi familiare con il titolo latino De materia medica. Nel De materia medica Dioscoride tratta di numerosi medicamenti ottenuti con sostanze vegetali, animali e minerali, tanto che «fino a quasi tutto il secolo XVI fu quasi la Bibbia e l’oracolo dei farmacologi, il tribunale supremo per la conoscenza delle piante medicinali.»11 Wilfrid Blunt, in un passo del suo fondamentale volume dedicato agli erbari illustrati, scritto in collaborazione con Sandra Raphael, riporta alcuni brani tratti dalla prefazione del De materia medica nella quale Dioscoride raccomanda di erborizzare soltanto col bel tempo e di studiare la crescita delle erbe in tutte le stagioni dell’anno: «Dacché è necessario che, chiunque desideri essere un esperto erborista, sia sul luogo al primo spuntare delle erbe, quando hanno raggiunto la piena crescita e quando incominciano a seccare. Infatti chi è presente soltanto quando le piante germogliano, non le sa riconoscere quando sono cresciute, né chi abbia esaminato una pianta nel suo pieno rigoglio la sa riconoscere quando è appena spuntata dal suolo.»12
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Rubus fruticosus. Da Dioscoride, De materia medica, 512 d.C. circa. Vienna, Österreichische Nationalbibliothek, Cod. med. gr. 1, f. 83. |
Emergono, dunque, in Plinio come in Dioscoride, le difficoltà che la natura pone all’uomo nel riconoscere le sue variegate manifestazioni nel loro continuo mutare. Queste difficoltà, unite a quella che Plinio chiama «la negligenza dei ricopiatori», possono aver contribuito a far sì che le illustrazioni botaniche che i dotti dell’epoca ebbero modo di vedere fossero ritenute, tutto sommato, poco più che qualcosa di «decorativo» o al limite di «suggestivo», ma inadatte a mediare una conoscenza più approfondita del mondo naturale. E per ottenere e mediare questa conoscenza, secondo questi studiosi, in mancanza dell’osservazione diretta probabilmente era ancora di gran lunga preferibile la parola scritta, non le immagini. In un altro passo del libro del Blunt e della Raphael ricaviamo altre informazioni sui metodi di indagine naturalistica di Dioscoride, il quale scrive: «Tuttavia chiedo umilmente che tu, e tutti quelli che per caso abbiano a studiare questi miei Commentari, prestino attenzione non tanto alla forza delle parole, quanto piuttosto all’arte e all’esperienza che vi ho introdotto per quel che concerne i contenuti. Infatti, con accuratissima diligenza, conoscendo con i miei occhi la maggior parte delle erbe, e conoscendo le altre attraverso le relazioni storiche accettate da tutti, facendo domande, e diligentemente indagando presso gli abitanti di ogni paese, tenteremo sia di fare uso di un diverso ordinamento, sia anche di descrivere le qualità e le proprietà di ciascuna pianta.»13
A differenza di Plinio, l’autore del De materia medica fonda le sue conoscenze soprattutto sull’osservazione diretta, e solo quando questa non gli è possibile o necessita di essere integrata si affida a fonti orali e scritte; nessuna traccia, tuttavia, di un uso delle immagini.14 Dalle sue parole possiamo desumere che, forse, non le ritenesse una valida alternativa a questi mezzi, né per l’arricchimento del suo personale bagaglio di conoscenze, né come strumento col quale completare i suoi Commentari restituendo al lettore, anche visivamente, l’oggetto della sua trattazione; cosa che invece aveva fatto poco prima Crateva, autore che Dioscoride conosceva molto bene, essendo proprio l’opera di Crateva tra le fonti librarie principali del suo trattato. O forse era un’impresa troppo difficile il trovare dei buoni illustratori, che conoscessero le erbe e le piante che erano chiamati a ritrarre con fedeltà; d’altra parte, delle grandi difficoltà incontrate nel reperire dei buoni disegnatori scientifici in ambito naturalistico si lamenterà anche uno scienziato del calibro di Ulisse Aldrovandi, nella Bologna post-rinascimentale e manierista del XVI secolo.
Sembra dunque che le prime edizioni del De materia medica dioscorideo fossero prive di un apparato iconografico, ben diversamente da come si presenterà quest’opera già all’indomani delle sue prime trascrizioni, come nella celebre edizione esemplata a Costantinopoli nel 512 circa, oggi conservata presso la Österreichische Nationalbibliothek di Vienna.15 Sarà soprattutto la tradizione medievale del libro miniato che, sulla scorta degli archetipi illustrati esemplati nella tarda antichità, farà del trattato farmacologico di Pedanio Dioscoride uno dei più ricchi e pregevoli sotto il profilo iconografico. E sarà proprio questa ricchezza figurativa a contribuire non poco alla meritata fortuna dell’opera, perpetratasi ben oltre le soglie di quella che per convenzione storiografica chiamiamo Età di mezzo.16
- Kurt Weitzmann, La decorazione libraria del quarto secolo: tradizione e innovazione, in Lucinia Speciale (a cura di), Uomini, libri e immagini. Per una storia del libro illustrato dal tardo Antico al Medioevo, Liguori Editore, Napoli 2000, p. 17 (Vai alla scheda del libro >). Kurt Weitzman è considerato uno dei massimi conoscitori mondiali dell’illustrazione libraria antica e medievale, autore di saggi fondamentali, sebbene oggi risultino di difficile reperibilità: Kurt Weitzmann, Illustrations in Roll and Codex, Princeton University Press, Princeton 1947 (trad. it. L’illustrazione nel rotolo e nel codice, Edizioni CUSL, Firenze 1991); Kurt Weitzmann, Ancient Book Illumination, Harvard University Press, Cambridge (Massachussets, USA) 1959 (trad. it., L’illustrazione del libro nell’antichità, Fondazione Centro italiano di studi sull’alto medioevo, Spoleto (PG) 2004). [↩]
- Il riferimento alla tradizione egiziana lo si ritrova, ad esempio, nel disco che rappresenta la costellazione di Orione, dove si vede una piccola figura della dea egizia Osiride. [↩]
- Giulio Conci, Pagine di storia della farmacia, Edizioni Vittoria, Milano 1934 (ristampa anastatica integrale eseguita dalla Deltagraph-Padova, Padova 1981), p. 19. [↩]
- Loris Premuda, Uno sguardo d’insieme sull’antichità: Egizi, Ebrei, Indiani, Cinesi e Precolombiani, in Attilio Zanca (a cura di), Il farmaco nei tempi. Dalle origini ai laboratori, Farmitalia Carlo Erba, Parma 1990, p. 22. [↩]
- Dal 1900 al 1932 il prof. Oreste Mattirolo (1856-1947) è ordinario di botanica e direttore dell’Istituto e Orto Botanico dell’Università di Torino. Vai alla biografia > [↩]
- Ippocrate, considerato padre della medicina, nacque nella città greca di Coo (o Kos) intorno al 460 a.C.; morì a Larissa, in Tessaglia, Grecia, tra il 375 e il 351 a.C. Vai alla biografia > [↩]
- Giulio Conci, Pagine di storia della farmacia, cit., p. 19. [↩]
- Cfr. Otto Mazal, La forza delle erbe, in «KOS», a. II, n. 11, Gennaio-Febbraio 1985, Franco Maria Ricci editore, Milano, pp. 17-32; Wilfrid Blunt, Sandra Raphael, The Illustrated Herbal, Thames and Hudson / Metropolitan Museum of Art, London / New York 1979 (trad. it. Gli erbari. Manoscritti e libri dall’antichità all’età moderna, Umberto Allemandi & C., Torino 1989, p. 17). [↩]
- Giulio Conci, Pagine di storia della farmacia, cit., p. 27. [↩]
- Caius Plinius Secundus (Plinio il Vecchio), Naturalis Historia, XIII, 71 (trad. it. Gaio Plinio Secondo, Storia naturale, traduzione e note di Andrea Aragosti, Paola Cosci, Anna Maria Cotrozzi, Marco Fantuzzi, Francesca Lechi, Giulio Einaudi editore, Torino 1985, vol. III, Botanica 1, p. 625). [↩]
- Giulio Conci, Pagine di storia della farmacia, cit., p. 53. [↩]
- Wilfrid Blunt, Sandra Raphael, Gli erbari. Manoscritti e libri dall’antichità all’età moderna, Umberto Allemandi & C., Torino 1989, p. 17 (titolo originale: The Illustrated Herbal, Thames and Hudson / Metropolitan Museum of Art, London / New York 1979). [↩]
- Wilfrid Blunt, Sandra Raphael, Gli erbari, cit., p. 17. [↩]
- Cfr. Giulia Orofino, Vedere la natura. Dal ritratto strumentale al ritratto d’ambiente, in Marco Buonocore (a cura di), Vedere i classici. L’illustrazione libraria dei testi antichi dall’età romana al tardo medioevo, Fratelli Palombi Editori, Roma 1996, p. 69. [↩]
- Si veda l’articolo su questo blog: Il Dioscoride di Vienna > [↩]
- Desidero ringraziare il prof. Angelo Schwarz per le sue preziose riflessioni e per il notevole materiale bibliografico fornitomi in occasione della mia tesi di laurea conseguita presso L’Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino, di cui egli è stato mio relatore. Questo articolo riprende, con alcuni adattamenti, una parte del secondo capitolo della mia tesi di allora, intitolata: Scientific Imaging: storia, tecnica ed estetica delle immagini scientifiche. Dal paleolitico superiore al XV secolo. [↩]



































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