Il disegno su pergamena nel Medioevo

Massimo Ghersi, November 20th 2011 § 0 comments

Il disegno su pergamena nel Medioevo

Per disegnare su pergamena anticamente si fece uso del calamo, costituito da una sottile cannuccia ricavata dallo stelo di alcune graminacee, poi si passò alla penna, in genere di tacchino o d’oca, accuratamente sgrassata, anch’essa nata come strumento scrittorio e largamente usata soprattutto a partire dal Medioevo.

Nel medioevo la penna d'oca viene impiegata come strumento strumento scrittorio, andando progressivamente a sostituire il calamo in Occidente tra il VI e il IX secolo. Il suo successo è dovuto anche alla sua flessibilità, che consentiva di scrivere in modo più fine sulla pergamena, ottenendo più facilmente pienezza e delicatezza nel tratto.

In entrambi i casi lo strumento veniva appuntito a un’estremità e su questa veniva praticata una piccola fenditura, per meglio consentire la presa e il rilascio dell’inchiostro; tuttavia, la penna presentava l’inconveniente di spuntarsi con molta facilità. Per i disegni preliminari si fece uso anche di matite o di uno stilo con punta metallica, che era di piombo, stagno o argento, impiegato soprattutto nel tardo Medioevo.

La coloritura veniva invece eseguita con pennelli realizzati non più sfilacciando e rendendo fioccosa l’estremità di un giunco, come avveniva nell’evo antico, ma fabbricandoli con setole di animali, solitamente con pelo di bue, di scoiattolo, di cane, di puzzola ecc. Tra i colori impiegati troviamo gli inchiostri, ricavati dalla fuliggine, dalle galle degli insetti (ovvero le escrescenze di alcuni alberi provocate dalla puntura di insetti che vi depongono le uova fecondate), dal nero delle seppie (già largamente usato per la scrittura nella Grecia ellenistica) e altri ancora.

Il minio venne utilizzato fin dall'antichità come pigmento pittorico, conosciuto anche con i nomi di rosso di Saturno, rosso di piombo e rosso di Parigi.

Largo uso si fece pure di quelle che genericamente potremmo definire tempere, con colori più o meno trasparenti od opachi a seconda delle esigenze, cui la pergamena si prestava meglio del papiro. Questi si ottenevano con una miscela di acqua e pigmento uniti ad un legante, solitamente tuorlo d’uovo o gomma arabica. Sebbene la parola ‘miniatura‘ derivi da minium, che era il colore rosso ottenuto con ossido salino di piombo ed era largamente impiegato per ornare lo scritto nei titoli e nelle iniziali di paragrafo, in seguito il termine venne erroneamente associato alle parole minius e minimus, passando ad indicare decorazioni e immagini di piccole dimensioni.

Del pari, la parola latina illuminare, dalla quale derivano il francese enluminure e l’inglese illumination, oggi indica l’antica pratica di illustrare i libri manoscritti (ars illuminandi). Tuttavia, originariamente il termine ‘illuminare’ non stava ad indicare la possibilità delle miniature di chiarire (“illuminare” appunto) il contenuto testuale, e neppure il fatto di rendere la pagina più brillante per mezzo di argento e oro aggiunti agli altri colori; ‘illuminare’ significava invece l’impiego di coloranti derivati da sostanze vegetali, animali o minerali, nei quali rientrava come ingrediente anche l’allume, un solfato di metallo tutt’oggi impiegato in tintoria per il fissaggio dei colori.

Per quanto concerne la scrittura, nel Medioevo si utilizzarono soprattutto particolari tipi di inchiostro definiti mordenti, costituiti da ossido di ferro o vetriolo, che a differenza di quelli ad acquerello, largamente usati in precedenza sui rotoli di papiro, non si potevano cancellare con una semplice spugna, ma bisognava piuttosto raschiarli1. Salvo eccezioni, in un codice miniato si realizzava dapprima il testo (come già avveniva anticamente con il rotolo di papiro), cui seguivano il disegno preliminare e la coloritura delle immagini.

mg

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  1. Cfr. Silvio Curto, La scrittura nella storia dell’uomo, Istituto Editoriale Cisalpino, Milano 1989: Italia, p. 250. []

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