Litte Nemo diventa un cartoon

Livio Taricco, December 6th 2011 § 0 comments

Little Nemo diventa un cartoon

Per Winsor McCay, considerato uno dei padri del fumetto e del cartoon, l’artificio letterario del sogno costituiva la possibilità di immergere la narrazione in un mondo dettagliatissimo, tanto verosimile quanto improbabile, e dall’infinità varietà di tagli prospettici e inquadrature; una colta e divertita anticipazione della poetica surrealista, che è stata opportunamente avvicinata all’immaginario fantastico di Lewis Carrol.

Nel 1911 Little Nemo diventa un disegno animato: se è vero, com’è stato osservato da più commentatori, che la formidabile ricchezza di particolari delle tavole a fumetti non poteva essere restituita dalle allora tecniche d’animazione, non può in ogni caso passare inosservata la qualità dell’opera di McCay non solo rispetto a quella dei suoi contemporanei, ma anche rapportata a quella di molti animatori a venire.

La prima parte del cortometraggio è ripresa dal vero, e si racconta di una scommessa tra McCay e i suoi amici: il disegnatore si impegna a realizzare 4000 disegni in un mese e ad animare i personaggi della striscia di Nemo. Seguono le scene dell’artista al lavoro sui suoi disegni, che peraltro verranno cinematografati da Vitagraph, la casa di produzione di James Stuart Blackton, azienda che incidentalmente faceva parte dello storico Edison Trust.

I disegni vengono posti a registro, e fotografati in successione; ha così inizio un brevissimo sogno animato, in cui la frammentarietà dell’abbozzo diventa addirittura funzionale alla narrazione. I disegni, parzialmente colorati a mano, plasmano un mondo di giochi, di draghi e di fiori in cui disegno e realtà si rincorrono in un’atmosfera commovente e poetica.

Vedendola oggi, a prescindere dall’indiscutibile qualità grafica, l’animazione di Little Nemo, che uscì con il titolo Winsor McCay, the Famous Cartoonist of the N.Y. Herald and His Moving Comics, può apparire forse semplice, in termini realizzativi: ma non dobbiamo dimenticare che, come Emile Cohl, McCay non disponeva ancora del rodovetro. Come l’animatore parigino, anche lui dovette misurarsi con l’esigenza di ridisegnare ogni volta ogni fotogramma per intero, poiché non si era ancora pensato di dipingere le diverse parti dell’immagine su altrettanti fogli trasparenti.

Il successivo cortometraggio di McCay, How a Mosquito Operates, del 1912, ben si presta a cogliere le implicazioni di questa particolare condizione operativa: i 6000 disegni necessari alla sua realizzazione sono stati tutti eseguiti integralmente, senza poter animare i personaggi su uno sfondo fisso.

Il risultato è un disegno animato di raffinata imperfezione, elegantemente vibrato nelle linee di contorno e capace di conferire alle forme una consistenza tanto inafferrabile quanto evocativa. Racconta l’acida storia di una zanzara che sevizia un malcapitato con il proprio pungiglione, incapace di controllare il proprio appetito; il racconto è contraddistinto da uno humor dal retrogusto amaro, capace di sfumare sui toni del nero senza compromettere la levità del segno grafico.

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